Google Scholar

Google Scholar: La versione del motore di ricerca per le pubblicazioni accademiche


“Se ho visto più lontano è perché sono salito sulle spalle dei giganti che mi hanno preceduto.”

 Isaac Newton

 

Tutti coloro che negli anni si sono avvicinati a Google Books, da oggi potranno avvalersi di un nuovo pratico strumento offerto ancora una volta dal motore di ricerca più famoso del pianeta: Google Scholar. Questa piattaforma si propone come un valido punto di riferimento per chiunque debba localizzare libri, manuali, riassunti, abstract, tesi di dottorato, testi scolastici e così via. In sintesi, il progetto è mirato alla divulgazione e alla condivisione della letteratura accademica, tendendo di fatto la mano agli studenti e semplificando loro una ricerca che spesso può rivelarsi particolarmente lunga e tediosa.

Google Scholar
Google Scholar è la versione del motore di ricerca per gli studenti che hanno la necessità di integrare la loro preparazione con testi di difficile reperibilità, facenti parte della cosiddetta letteratura accademica, quali tesi di laurea o di dottorato, articoli di ricerca scientifica sottoposti a revisione paritaria, sommari, recensioni e rapporti tecnici relativi a qualsiasi settore pertinente alla ricerca scientifica. Google Scholar indirizza l’utente verso gli articoli di questo genere editi da un numero sempre più elevato di case editrici che rivolgono la loro attività all’universo della scuola e dell’università. Le case editrici che gravitano intorno a questo mondo rivestono contemporaneamente il ruolo di associazioni scientifiche e professionali ed archivi universitari, con l’obiettivo di conservare ogni tipologia di documento del genere preprint, trattato, testo od articolo scientifico-culturale. Google Scholar, nel suo immenso bagaglio, include anche il materiale pubblicato da Elsevier, società facente parte del gruppo Reed-Elsevier e maggior editore al mondo in ambito scientifico e medico. Google Scholar sbriga il suo lavoro esattamente come il motore di ricerca interno di Elsevier, che orienta l’utenza fra le oltre 20.000 testate edite dall’azienda e che prende il nome di Scirus. Google Scholar annovera parecchie somiglianze anche con Citeseer e con i servizi a pagamento Thomson ISI Web of Science e Scopus. Tuttavia, l’obiettivo dichiarato di Google Scholar è quello di coprire un maggior numero di siti web, lingue e sorgenti rispetto a qualsiasi altro motore di ricerca esistente al mondo. Tuttavia, la quantità di segnalazioni presenti in lingua italiana appare ancora piuttosto limitata, ragion per cui lo sono anche le relative categorie e sottocategorie. Diverso, invece, è il discorso per le pubblicazioni in inglese che per il momento sono nettamente più abbondanti e ricche di argomenti e sottocategorie. Il motto al quale si ispirano i creatori del servizio riprende le celebri parole pronunciate da Isaac Newton e recita “Sali sulle spalle dei giganti”, facendo riferimento alla possibilità di ampliare le proprie conoscenze e competenze attraverso una migliore e semplificata accessibilità al mondo della letteratura accademica. Google Scholar offre la possibilità di ricercare il materiale desiderato sia per copie fisiche che digitali, anche quando gli articoli, i saggi o i trattati in questione appartengono a biblioteche online. Se il materiale cercato è disponibile in maniera libera anche sul web, Google Scholar mostrerà tutti i collegamenti utili ad accedere al volume.

Le Norme riservate agli Editori
Per migliorare la classificazione di un singolo testo, vengono raggruppate più versioni dello stesso lavoro. Talvolta, alcune aree di ricerca possono presentare versioni di un lavoro apparse precedentemente alla pubblicazione stessa: ciò può accadere quando esistono versioni preliminari di un trattato oppure vengono pubblicate relazioni relative ad una conferenza che non convergono o convergono soltanto in parte nell’articolo o nel testo principale. Queste versioni preliminari compaiono fra le citazioni relative alla versione definitiva della pubblicazione. Google Scholar utilizza un metodo di classificazione dei risultati di ricerca molto simile a quello adottato da Google e da qualsiasi altro motore di ricerca, ragion per cui il numero totale di citazioni risulta fondamentale nel determinare il posizionamento di un testo. Identificato il lavoro che interessa, ossia la versione principale, più completa e definitiva, è possibile consultare con grande facilità tutti i testi e le citazioni ad essa correlati. Gli editori presenti sul portale di Google Scholar possono controllare l’accesso degli utenti ai propri articoli. Per tutti i documenti che presentano limitazioni d’accesso, Google dispone che venga offerto un abstract esauriente redatto dall’autore del testo ufficiale ed in grado di permettere agli utenti finali di optare per il documento che con ogni probabilità contiene le informazioni più vicine a quelle che essi stanno cercando. Qualsiasi editore può fare esplicita richiesta a Google e a Google Scholar di poter includere i propri contenuti all’interno del portale. Quando le pubblicazioni sono già presenti sul web, per procedere non occorre altro che l’autorizzazione dell’editore alla scansione del proprio sito da parte dei crawler di Google. Come già accennato, ogni lavoro deve essere corredato da un pratico abstract utile a tutti gli utenti non abbonati al sito dell’editore, ma che provengono invece da Google Scholar.

Google Scholar

Principi e funzionamento di Google Scholar
Per accedere al motore di ricerca più utilizzato da chiunque debba cercare libri universitari, articoli scientifici e testi scolastici, è necessario digitare sul proprio motore di ricerca l’indirizzo scholar.google.com. Dopo essere entrati sulla piattaforma, è possibile attuare la propria ricerca di informazioni in maniere differenti. Chi conosce l’autore del testo o dei testi desiderati può provare a digitarne il nome. In alternativa, è possibile accedere alle informazioni utilizzando il nome della pubblicazione, oppure accedere alla ricerca avanzata compilando uno o più campi della medesima sezione. Per effettuare una ricerca più precisa è possibile rifarsi ad alcune scorciatoie: quando si vogliono ottenere opere di un autore specifico, può rivelarsi di grande aiuto digitare il nome ed il cognome dell’autore stesso includendo le parole tra virgolette; limitando le date all’interno della ricerca avanzata può diventare sensibilmente più facile trovare ciò che si sta cercando. Inoltre, se si è interessati ad un determinato argomento trattato di recente, è possibile cliccare sulla sezione denominata articoli recenti, posta sul lato destro della pagina principale recante la lista dei risultati. Selezionando l’apposita voce, tutti i risultati visualizzati verranno riordinati secondo una classifica stilata in base alla data di pubblicazione, partendo da quelli più recenti. Il nuovo ordine prende in considerazione anche altri parametri, quali l’importanza dei documenti pubblicati in precedenza dallo stesso autore, l’importanza della rivista scientifica sulla quale sono comparse le pubblicazioni e la frequenza di citazioni che interessa gli articoli. Per avere un quadro delle pubblicazioni più strettamente correlate ad un determinato testo è utile accedere alla funzione denominata Pubblicazioni Correlate. Cliccando sul link così chiamato, che compare vicino alla maggior parte dei risultati elencati, si accede ad un ennesimo elenco di pubblicazioni ordinate in base al livello di correlazione di queste ultime al testo originale. Tuttavia, in questo caso verrà presa in considerazione anche la pertinenza dei contenuti a quello cercato inizialmente, ampliando di fatto la possibilità di accedere ad informazioni relative all’argomento che interessa. Questo metodo corre in aiuto di tutti gli utenti che non hanno ancora sviluppato una conoscenza approfondita dell’argomento e che vogliono apprendere quante più cose possibili rispetto a quel determinato campo. Purtroppo, Google Scholar deve fare i conti con un mondo che ancora oggi appare fidelizzato all’editoria tradizionale che assai raramente risulta disponibile anche in rete. Infine, a tal proposito, è bene sottolineare che i risultati contrassegnati come semplici citazioni e che risultano impossibili da aprire, riportano soltanto un riferimento presente nel testo dell’articolo e che il testo relativo alla citazione stessa non è stato reso disponibile online dal proprio autore.

programmatic_advertising

Programmatic Advertising : L’efficienza dei Big Data nel Marketing Online


“So che metà dei soldi che spendo in pubblicità è completamente buttata via. Il problema è che non so quale metà sia.”

 John Wanamaker

Non posso non pensare a questa citazione quando navigando online visualizzo continuamente annunci sponsorizzati di prodotti o servizi che ho già acquistato di recente oppure che, dopo un’attenta riflessione ho deciso di scartare. Mi rendo conto ovviamente che avendo visitato un tale sito o cliccato su qualche annuncio in precedenza il mio browser ha permesso il download di cookie di navigazione che mi identificano come un potenziale interessato a quei prodotti o servizi. Stiamo naturalmente parlando di campagne di retargeting o remarketing.
A volte tali inutili annunci si propongono per giorni ed anche a distanza di mesi. Ora, non è assolutamente mia intenzione parlare del senso di ansia dei molti utenti che si sentono spiati o lesi nella privacy, a farmi sentire turbato è, per mia deformazione professionale, il fatto di constatare che moltissime grandi aziende sprecano in questo modo milioni di impressions ogni giorno bruciando percentuali considerevoli del proprio budget.

Ma le campagne di retargeting non sono il modo più avanzato per raggiungere utenti profilati?

La risposta è no…o perlomeno non utilizzando solo i cookie di navigazione come dati di profilazione. Sicuramente sono stati fatti degli enormi passi in avanti per quel che riguarda l’advertising online che sta diventando sempre più intelligente riuscendo a comprendere meglio gusti ed interessi dell’utente ma siamo ancora all’inizio di un lungo percorso. Il futuro sarà inevitabilmente legato all’utilizzo dei Big Data e del Programmatic Advertising. Non sono in molti ancora a parlarne poiché il Programmatic Adv oltre ad essere legato a tecnologie particolarmente innovative è un processo che si rivolge principalmente ai big spender, brand che investono cifre con almeno cinque zeri annualmente in impression e campagne online.

crescita della spesa in programmatic adv

In cosa consiste il Programmatic Advertising?

Immaginate i dati di cui dispongono le grandi multinazionali sui propri clienti, accessi alle proprie piattaforme o applicazioni, dati legati ai propri CRM, alle campagne precedenti, ai social, una mole enorme di informazioni che può essere utilizzata in una piattaforma DMP (Data Management Platform). Tali potentissime applicazioni collezionano, analizzano e classificano dati delineando dei modelli di targeting: segmenti che hanno interessanti KPI (Key Performance Indicator). L’utilizzo di questi dati sono un vantaggio competitivo enorme ed  essenziale per le aziende.

Ottimizzare il budget pubblicitario evitando l’acquisto di impression di clienti già acquisiti sarebbe il minimo. Gli algoritmi statistici, infatti, sono in grado di determinare con efficacia le caratteristiche del target che ha maggiori possibilità di conversione della campagna. Facciamo un esempio: l’analisi del KPI potrebbe rilevare interessante un certo target geolocalizzato in un determinato periodo temporale. L’advertiser potrebbe scoprire solo successivamente che il motivo è una fiera di settore locale o condizioni metereologiche favorevoli ma non è neanche importante comprendere il dato in se quanto utilizzarlo.
Quando parliamo di DMP e Big Data ci avviciniamo al concetto di intelligenza artificiale, gli algoritmi quanti più dati acquisiscono tanto più riescono a migliorare l’analisi degli stessi e quindi a innescare processi di autoapprendimento.
L’altra funzionalità interessante del Programmatic Adv è senza dubbio l’acquisto automatico degli spazi nei circuiti di Programmatic Buying che permettono in tempo reale l’incontro tra domanda e offerta. La domanda viene gestita dalle Piattaforme Demand Side o DSP che in base alle analisi dei dati delle DMA operano nell’acquisizione dei migliori spazi pubblicitari digitali disponibili.programmatic adv
L’offerta è naturalmente quella che fa riferimento ai Publisher, ai grandi gruppi editoriali di cui visualizziamo ogni giorno le pagine. I Publisher tecnicamente offrono impression da acquistare per le aziende che vogliono investire in Programmatic Adv attraverso le Piattaforme Sales Side o SSP. Il Programmatic Adv è un processo che in questo modo non solo rende possibile ai Brand campagne maggiormente efficaci ma consente ai Publisher l’ottimizzazione di molti spazi pubblicitari che potrebbero non monetizzare facilmente.

Baby George disprezza il tuo sito

Quanto costa un sito web? Vorresti creare un sito da solo in 5 minuti?


Se hai intenzione di realizzare un sito web puoi trovare offerte di tutti i tipi: dai 100 euro l’anno se praticamente lo fai da solo con dei sistemi online più o meno limitati, fino a prezzi di migliaia di euro avvalendoti della consulenza di agenzie che possono strutturare soluzioni altamente personalizzate per grafica o per l’implementazione di funzionalità e strumenti per la gestione dei contenuti. Non ci sono molti altri servizi che possano avere una forchetta di prezzo così ampia come una realizzazione web, effettivamente questo termine generico può includere progetti molto differenti tra loro. Ne consegue che per un certo tipo di soluzione è necessario rivolgersi a professionisti o agenzie che abbiano molteplici competenze.

I SITI FAI DA TE

La promozione di questa tipologia di soluzioni è spesso presente nei banner su social e portali. È possibile che un sistema automatizzato vi guidi nella creazione di un sito professionale? La risposta è no. I modelli di siti che mostrano le piattaforme che offrono questo tipo di servizi, pur non essendo eccelsi, creare da solo un sito websono presentati con foto di alta qualità, fotoritoccate e tagliate in modo giusto. Una delle prime differenze che troverete tra qualcuno che ha cercato di impostare il proprio sito low-cost da solo sarà nella qualità dei contenuti. L’utente medio non solo non ha conoscenza di tecniche fotoritocco o illustrazione digitale, ma non avendo nozioni basilari di grafica è facile che non sia in grado di valutare se la risoluzione delle immagini che sta inserendo sia adeguata. Potrebbe essere più efficace presentare i vostri prodotti con un’immagine senza lo sfondo o includere nel vostro sito degli elementi grafici che lo differenzino da altri dello stesso settore, queste soluzioni “fai da te” però non lo consentono, sono molto limitate perché il loro obiettivo non è poter offrire il servizio migliore possibile ma ridurre le possibilità d’errore dell’utente che lo sta allestendo. Le impaginazioni proposte non hanno flessibilità e non sono paragonabili a quelle di siti realizzati su misura per un cliente. La prima cosa che farebbe un web designer esperto per realizzare il vostro sito è pensare alla migliore impaginazione possibile per valorizzare immagini e contenuti da presentare. Quando si cimenta un utente non professionista che cerca di realizzare il proprio sito da solo tramite le tante soluzioni low-cost proposte il processo è inverso, si trova di fronte a degli spazi da riempire perdendo la visione d’insieme. Qualora anche il tentativo risulti gradevole dobbiamo sempre tener conto che l’obiettivo di un sito non è quello. Un sito web per un’attività dovrebbe convertire visitatori in clienti e per far ciò è indispensabile un lavoro di web marketing e promozione online.
Investire su un sito mediocre e che non ha potenzialità di integrare nuove funzionalità non è una buona scelta. Un’agenzia che si trovasse di fronte alla richiesta di lavorare ad un sito realizzato da un non esperto del settore per ottimizzarlo o integrarne funzionalità utili in ottica marketing non avrebbe altra scelta che richiedere di realizzarlo da capo.

IL GLOSSARIO PER IL CLIENTEsito web vecchio

Conoscere alcune terminologie tecniche è utile prima di procedere con una richiesta di preventivo per capire se si sta parlando di un lavoro che rientra nelle vostre aspettative.

Hosting: Spazio sul server dedicato a ospitare il proprio sito web.

Dominio: Indirizzo testuale associato al proprio sito web.

CMS: Una tipologia di sito web che ha funzionalità più avanzate rispetto ai primi siti che venivano realizzati fino a qualche anno fa. Nei primi anni di internet la maggior parte dei siti aziendali era costituita da siti “vetrina” che erano poco più di un insieme di impaginazioni grafiche linkate fra loro. Al contrario un CMS (content management system) presuppone che ci sia un pannello di amministrazione attraverso il quale si possa operare, includendo post e aggiornamenti sulle varie pagine senza gestire il codice d’impaginazione.

Piattaforme Open Source: Sono una tipologia di CMS che si sono affermate e perfezionate grazie a community di sviluppatori molto ampie. WordPress, Drupal, Joomla, Prestashop etc. Offrono le funzionalità base che dovrebbe fornire un CMS dal punto di vista della gestione dei contenuti (gestione database, tool di amministrazione etc.). Il vantaggio maggiore nell’utilizzo di CMS open source è che esistono moltissime applicazioni che vengono continuamente realizzate e proposte online da sviluppatori di tutto il mondo per integrare le funzionalità di base delle varie piattaforme.

Temi: Tipologie di impaginazioni per CMS open source che talvolta includono anche elementi grafici e fotografici o funzionalità dedicate a settori aziendali e mercelogici.

Plug-in, moduli e widget: Secondo il CMS open source possono essere chiamati diversamente ma sono di fatto dei software che implementano varie funzionalità che di base la piattaforma non offre. Es. Implementare dei banner programmati per la richiesta di iscrizione al sito, moduli per la gestione delle lingue e dei social, moduli per implementare funzioni di sicurezza del sito etc.

Landing page: Pagina dedicata all’acquisizione dei contatti. Alcuni siti possono essere costituiti anche esclusivamente da una sola landing page efficace.

Ecommerce: Tipologia di sito che include la possibilità di acquisto online tramite il carrello elettronico, la gestione degli ordini, il calcolo delle spese di spedizione, il metodo di pagamento etc. Un buon sito ecommerce ha la possibilità di gestire in modo ottimale le variazioni di prodotto (es. colori, taglie etc.) e implementare funzionalità di calcolo spedizioni avanzate che in genere sono quelle indicate dallo spedizioniere, es. calcolo peso-volumetrico dei prodotti.

Responsive: Sito che adatta la sua impaginazione a schermi e device dalle risoluzioni differenti, dai wide screen di casa e ufficio a tablet e smartphone. Importante per le risoluzioni mobile la possibilità di menù utilizzabili facilmente in modalità touch screen, il mantenimento dei testi leggibili e lo scroll solo sull’asse verticale.

User experience: Concerne i fattori esperienziali dell’utente del sito. Un sito completo non si limita alla qualità degli elementi grafici e alle immagini ma anche alla facilità di utilizzo, di navigazione e all’immediatezza delle interazioni. Un sito con una bassa UX può risultare accattivante al primo impatto ma poco intuitivo o complicato da navigare.

SEO: Search engine optimization. L’ottimizzazione di un sito per Google parte dalla sua realizzazione, le parole chiavi possono essere evidenziate dal codice html così come i titoli delle pagine e le descrizioni delle immagini. Un lavoro di promozione online efficace va naturalmente accompagnato da tecniche di web marketing che vanno al di là degli interventi sul codice.

QUALE È IL LAVORO CONCRETO CHE SI SVOLGE QUANDO SI REALIZZA UN SITO

Ipotizziamo un lavoro professionale per un cliente medio che non ha particolari esigenze tecniche e che può essere realizzato con una piattaforma Open Source

  • Incontrare il cliente almeno un paio di volte prima della contrattualizzazione
  • Acquisire informazioni sulle sue esigenze e sui suoi obiettivi
  • Preparare uno o più layout con variazione di colori, elementi grafici, impaginazione
  • Registrazione del dominio e acquisto dello spazio hosting
  • Installazione di una piattaforma CMS e del tema relativo
  • Personalizzazione del tema, realizzazione del menu del nuovo sito e inserimento degli elementi grafici principali
  • Installazione delle plug-in per le funzionalità aggiuntive che richiede il cliente
  • Gestione grafica di immagini e foto (nel 90% dei casi è necessaria)
  • Inserimento contenuti (immagini prodotti, testi etc.)
  • Test di verifica multibrowser e multidevice
  • Intervento di SEO in genere preceduto dall’istallazione di una plug-in dedicata, per verificare che ci sia un utilizzo corretto del codice su tutti gli elementi del sito.

Il costo di una realizzazione del genere può variare tra gli 800,00 ed i 1.000,00 euro + iva. Non dipende esclusivamente dalle richieste del cliente ma anche dalle capacità organizzative dell’agenzia. Se si ha personale dedicato su diverse attività in genere si guadagna in efficienza e qualità. Inoltre l’esperienza nell’implementazione delle soluzioni utilizzate e testate con altri clienti abbatte tempi nella ricerca e test di componenti o funzionalità che devono essere testate o realizzate da zero. Una web agency include più figure professionali in genere: grafici, sviluppatori, web marketer. Potrebbe avere nel suo organico o collaborare strettamente con fotografi e videomaker. Importante capire a chi ci si sta rivolgendo perché se sei di fronte a qualcuno che ha delle competenze parziali tra quelle elencate ed esperienza limitata non ti proporrà la soluzione più adatta al tuo business ma solo quella che è in grado di offrirti.

Native Advertising

Native Advertising: L’ultima evoluzione della Pubblicità Online

La native advertising è l’ultima evoluzione della pubblicità online che si trasforma, adattandosi, per stile e tematiche alla pagina web in cui viene realizzata per catturare l’attenzione dell’utente. A differenza di altre forme pubblicitarie più o meno invasive, la native advertising, non infastidisce il lettore sovrapponendosi alla pagina web visitata o forzando l’interazione (interruption marketing) ma al contrario, è parte integrante del contenuto e perfettamente adatto alla piattaforma web che lo ospita. Il design o il formato è quello che caratterizza gli altri contenuti presenti online che si tratti di una piattaforma social o di un blog (ad es. un post sponsorizzato su Facebook o un video su Youtube etc.). Il concetto di messaggio promozionale inserito nei più diversi contesti non è certo nuovo ed è stato utilizzato quasi in tutti i media: dai redazionale dei quotidiani al product placement di tv e cinema. Oggi il pubblico a cui ci rivolgiamo è sempre più maturo ed attento ai meccanismi pubblicitari. Una delle caratteristiche che contraddistinguono la native advertising è la trasparenza: è esplicito che si tratti di un contenuto sponsorizzato da un brand, ma ciò che rende speciale la native advertising è il messaggio che non mira mai a proporre una semplice un’offerta commerciale, comunicando piuttosto qualcosa che possa realmente interessare e coinvolgere un gran numero di utenti che rientrano nel target della campagna.

Vediamo in dettaglio esempi di pubblicità nativa di successo:
Uno dei più noti è il caso di Purina, il noto brand di Cibo per cani e gatti. Sappiamo già che popolarità possono raggiungere online video, immagini e contenuti che hanno per protagonisti animali domestici. Purina ha realizzato un articolo dal titolo “5 storie che toccano il cuore e che provano che il cane è il miglior amico dell’uomo”. Il post, davvero emozionante, riuscì a ottenere oltre 20.000 condivisioni in pochissimo tempo. L’articolo pur non citando mai i prodotti Purina era indirizzato al giusto target e la diretta associazione al marchio ha portato una visibilità enorme all’azienda americana.

Un altro esempio di native advertising di grande popolarità è stata la campagna Microsoft che ha lanciato il video “Child of the 90s/Internet Explorer” (“Figli del ’90 e di Internet Explorer”). Il video mostrava una raccolta di giochi, gadget e tendenze degli anni 90 e che hanno rappresentato il passato legato all’adolescenza o all’infanzia di moltissimi utenti Microsoft. Solo pochi secondi alla fine del video erano dedicati a ricordare della indiscussa importanza di Microsoft e del suo browser Explorer che in quei anni ha portato per la prima volta online milioni di giovani utenti. Il messaggio alla fine del video recitava: “Sei cresciuto. Ora puoi riconnetterti con il nuovo Internet Explorer” mostrando un tablet con un sistema operativo Windows di ultima generazione ma il video divenne virale per i suoi contenuti nostalgici ed emozionali. 

Un altro esempio di native advertising di grande popolarità è stata la campagna Microsoft che ha lanciato il video “Child of the 90s/Internet Explorer” (“Figli del ’90 e di Internet Explorer”). Il video mostrava una raccolta di giochi, gadget e tendenze degli anni ’90 e che hanno rappresentato il passato legato all’adolescenza o all’infanzia di moltissimi utenti Microsoft. Solo pochi secondi finali del video erano dedicati a ricordare della indiscussa importanza di Microsoft e del suo browser Explorer che in quei anni ha portato per la prima volta online milioni di giovani utenti. Il messaggio alla fine del video recitava: “Sei cresciuto. Ora puoi riconnetterti con il nuovo Internet Explorer” mostrando un tablet con un sistema operativo Windows di ultima generazione ma il video divenne virale per i suoi contenuti nostalgici ed emozionali.

Il New York Times, il primo quotidiano in USA , si è da anni distinto per essere in linea con l’evoluzione del web. Il suo motto “All the News That’s Fit to Print” traducibile in “Tutte le notizie che valga la pena stampare” è stato riadattato in “All The News That’s Fit to Click” “Tutte le notizie su cui valga la pena cliccare”. La prestigiosa testata americana propone dei modelli eccellenti di native advertising tra le sue pagine online: nel caso dell’uscita della seconda serie “Orange is the new Black” che ha per protagonista una donna detenuta in carcere il NYT ha realizzato un ampio articolo informativo sponsorizzato dalla piattaforma Netflix che ha prodotto la serie. Nell’articolo si esponeva esaurientemente la condizione delle detenute di sesso femminile che sono in continua crescita in USA e di come il sistema carcerario maschile non può essere applicabile pedissequamente alle donne.Native Advertising Netflix

La native advertising cerca di superare le tre grandi classiche categorie della pubblicità online a cui eravamo abituati fino ad oggi: i paid media (es. annunci pay per click o pay per view), gli earned media (banner negli spazi dedicati all’advertising di portali e social) e gli owned media (siti e blog delle aziende). Pur rientrando nella categoria dei paid media la pubblicità nativa si dimostra superiore per efficacia poiché non reca alcun disturbo alla user experience dell’utente e grazie alla qualità stessa del contenuto riesce a catturare l’attenzione in modo del tutto naturale.

 

star strategy

Perché la Star Strategy è la miglior strategia di marketing su Facebook?

I social network hanno cambiato la vita di molte persone ed il modo di comunicare fra loro. Stentiamo perfino a ricordare il web senza i social. Eppure, Facebook ha solo dieci anni di vita. Dieci anni intensissimi per milioni di italiani che vi accedono più volte al giorno, per lavoro o per piacere e per chi,come noi, ha cominciato a sperimentare la piattaforma di Zuckerberg prima ancora che si diffondesse con il successo attuale. Nel nostro paese gli utenti con un account attivo sono circa 27 milioni con una media di circa 300 amici per utente (il doppio della media mondiale) ma, per un brand o un prodotto è molto difficile meritare gli ambiti “mi piace”.  Se escludiamo le fanpage di libri, personaggi dello spettacolo e dello sport, film etc. la media si attesta solo su alcune decine di likes per utente.

Perché dovrebbe essere importante per un’azienda o un prodotto ricevere “mi piace” su Facebook?

Il primo vantaggio nell’ottenere un gran numero di “mi piace” è senza dubbio la riprova sociale, ovvero il manifestare ai nuovi visitatori la bontà del prodotto o del brand. Ma, conseguire likes vuol dire sopratutto ottenere followers, un proprio pubblico, persone interessate da coinvolgere in attività di comunicazione e marketing. Il coinvolgimento, d’altronde, è essenziale nei social.
Un’azienda che fa incetta di likes in una singola campagna sporadica senza stimolare costantemente l’interesse dei propri utenti non sarà in grado di costruire una comunicazione duratura nel tempo. Anche gli utenti che hanno espresso un apprezzamento sociale visualizzeranno prioritariamente le novità di amici, gruppi e pagine ufficiali che sono portati a visitare più frequentemente.  Per questo l’obiettivo su Facebook è ottenere una base solida di fan che sia propensa a leggere, cliccare, commentare e condividere i nostri post.

old_fanpageNel web marketing si definisce l’invito all’interazione “call to action”. I follower abituati a concederci like e commenti pubblicizzano indirettamente i nostri post alla propria cerchia di contatti con una manifestazione di fiducia autentica e indubbiamente di maggior efficacia. Inoltre, predisporre gli utenti ad una call to action favorisce la reattività del nostro pubblico a cogliere offerte e promozioni.

La Star Strategy

Abbiamo già utilizzato il termine fan e fanpage. Attualmente nella versione inglese di Facebook si utilizza il termine like (“mi piace” nella versione del nostro paese) ma fino al 2010 la dicitura sul bottone da cliccare per chi avesse voluto seguire una pagina ufficiale era “become a fan” (diventa fan) ed è per questo che le pagine ufficiali vengono spesso ancora chiamate fanpage. L’espressione è stata ammorbidita ma, il significato in fondo non cambia. Per una piccola azienda che possiede una fanpage con uno scopo esplicitamente commerciale, infatti, raggiungere un pubblico pronto a seguirti come se si fosse un cantante o una squadra di calcio è arduo, ciò è prerogativa soprattutto di brand considerati veramente speciali.  Solo una star ha dei veri fan. L’idea che un brand dovesse comunicare emozioni e non semplicemente i vantaggi dell’utilizzo di un dato prodotto esiste da molto prima del web. La star strategy è la filosofia sulla comunicazione di Jacques Séguéla uno dei più grandi pubblicitari del 900 e della storia dell’advertising.  Séguéla contrappose la sua visione artistica e creativa della comunicazione commerciale al classico modello della Copy Strategy focalizzato razionalmente sui benefici per il consumatore. Il nome star strategy deriva dall’ancora più noto star system hollywoodiano. Negli anni 50 e 60, quando non avevamo ancora effetti speciali e 3d, il successo al botteghino di un film era in gran parte assicurato dalla presenza di un Divo tra gli attori protagonisti. Per i produttori di hollywood contendersi i divi del momento era sempre molto faticoso e dispendioso e, pertanto, capirono ben presto che creare delle “star” da zero era più vantaggioso che rincorrerle. Una star in quel caso era un personaggio con vizi o virtù che poteva riempire le pagine dei rotocalchi, talvolta conformandosi al carattere dei ruoli che interpretava. Una vera star non poteva essere considerata semplicemente una persona comune che facesse l’attore di mestiere. Per un brand essere una star vuol dire essere considerato speciale, unico e inimitabile e per raggiungere questo risultato, secondo Séguéla, è importante umanizzare il marchio, attribuirgli un carattere o dei valori che possano essere condivisibili dal suo pubblico.

Dagli anni ’80, noti Brand puntarono a questo obiettivo. Qualche esempio? Le pubblicità Apple non hanno mai presentato i propri prodotti elencando qualche caratteristica hardware più performante della concorrenza, i loro spot e le campagne pubblicitarie erano tutte volte a supportare il payoff dell’azienda: Think Different. Anche per i top brand del fashion limitarsi a comunicare i vantaggi dell’utilizzo del prodotto risulterebbe solo sminuire l’aura di glamour e di sogno che le campagne pubblicitarie hanno sapientemente costruito nel tempo. Le persone sui social vengono a rilassarsi e a cercare intrattenimento, in particolare su Facebook ma, anche Youtube, G+, etc., sono ormai diventati “luoghi” dove poter realizzare campagne emozionali, dove poter osare con ironia, con la spettacolarizzazione del messaggio, con una comunicazione toccante o appassionante. Sui social possiamo utilizzare video, citazioni, immagini che possano creare un feeling autentico con la nostra community. Intrattenere il proprio pubblico, sponsorizzare la creazione di contenuti che gli utenti abitualmente ricercano online è anche alla base delle più nuove strategie di web marketing e del Native advertising.

 

Come Funziona AdWords

Come funziona AdWords: Davvero chi più spende è più visibile?

AdWords è la piattaforma Google per gestire le proprie campagne sponsorizzate sul motore di ricerca, su tutti gli altri siti del gruppo di Google come Youtube, Google Map, sui Blog realizzati con Blogger e sui siti dei partner presenti nella rete Display Google. È una piattaforma davvero completa e sofisticata ma come tutti i gestionali che offrono un’ampia possibilità di scelte d’azione può non essere immediata nell’utilizzo per tutti gli utenti.

Il tipo di Campagna Sponsorizzata che la maggior parte di utenti conosce e associa ad AdWords è la modalità Search Network (Rete di Ricerca): gli annunci testuali in Pay per Clic che appaiono in alto e accanto ai risultati di ricerca delle pagine di Google. Molte aziende sono riuscite a comprendere i vantaggi delle campagne sponsorizzate e per far ciò è sufficiente avere ben chiaro quanto in media, in un dato periodo, è necessario spendere per ottenere un ritorno d’investimento. Risultati soddisfacenti non si ottengono quasi mai con un piccolo importo una tantum ma mantenedo la campagna per un periodo di tempo sufficiente da essere ottimizzata al meglio.
Per ridurre i costi della promozione AdWords sulla rete di ricerca e massimizzare il numero di visite a partià di budget investito sarà importante:

  • Scegliere con attenzione l’area di Geolocalizzazione di visualizzazione degli annunci
  • Gestire le estensioni dell’annuncio, informazioni che possono essere utili per l’utente come telefono, sede, link a particolari pagine del sito etc. e che possono rendere l’annuncio maggiormente visibile.
  • Gestire un account ben organizzato con tipologie di campagne distinte se si intende promuovere tipologie di servizi o prodotti differenti
  • Scegliere non solo tutte quelle parole chiavi pertinenti al vostro business ma evidenziando anche quelle per cui non vogliamo fare attivare la visibilità dei nostri annunci (parole chiavi a corrispondenza inversa)
  • Monitorare l’andamento della campagna costantemente
  • Escludere quegli annunci che non portano un numero di click soddisfacente in rapporto alle visualizzazioni o sostituendoli con dei nuovi annunci.

Le accortezze tecniche in fase di realizzazione della campagna e di creazione degli annunci sono molte e non banali, è importante perfezionare la campagna nel tempo perché piccoli interventi possono portare sensibili incrementi di miglioramento nelle conversioni che su un ampio numero di visualizzazioni possono essere fondamentali per ottenere grandi risultati. Le aziende che hanno provato il servizio ma non sono state seguite da professionisti o che non hanno investito sufficientemente da poter raffinare la propria campagna e renderla più efficace valutano spesso il marketing con gli annunci sponsorizzati una scelta troppo costosa. Il sistema all’asta del posizionamento annuncio è senza dubbio il meccanismo che trae maggiormente in inganno piccoli e grandi imprenditori.

Come viene stabilito il posizionamento di un annuncio

Quality Score di GoogleQuasi tutti gli imprenditori a cui abbiamo offerto le consulenze di web marketing davano per assodato il fatto che AdWords premi solo chi è in grado di fare la più alta offerta per una determinata keyword. In realtà non è affato così. Sebbene Google impone degli standard minimi per l’inizio di una campagna il sistema risulterà particolarmente costoso per chi non ha un buon punteggio qualità dell’annuncio che influisce non poco sul costo dei pay per click. Pensate se durante una ricerca vi trovaste a cliccare su un annuncio sponsorizzato e foste indirizzati su un sito poco pertinente, mal fatto, lento da navigare o dove il prodotto che cercavate non è subito evidente ma da individuare all’interno di sottocategorie varie. Sarebbe fastidioso per qualsiasi utente e l’affidabilità dello stesso sistema AdWords ne risentirebbe per aver fornito un risultato così poco in linea con le aspettative del navigatore. Per questo esiste il Quality Score, un punteggio da 1 a 10 che Google conferisce all’annuncio in base alla pertinenza con parole chiave utilizzata dall’utente, alla qualità della pagina di destinazione, e al click true, ovvero l’efficacia che ha ottenuto l’annuncio rispetto al numero delle volte che è stato visualizzato nel tempo. Posizionamento Annuncio AdWordsIl Quality Score si moltiplica per il CPC (cost per click) massimo che un inserzionista può intendere di pagare per una determinata parola chiave e si ottiene così un punteggio denominato AdRank. Nell’esempio si evince come il primo inserzionista (rosso) avendo un Quality Score minimo pari a 1 nonostante arrivi fino a 4 euro al click non possa vedere il suo annuncio pubblicato con un AdRank 4 (4×1). Mentre sarà l’inserzionista con la seconda offerta più bassa (blu) a ottenere il primo posizionamento con CPC di 2 euro avendo anche un buon Quality Score di 6  ed il miglior AdRank di 12 (6×2)

Quanto paga effettivamente un inserzionista per ogni click

Il CPC massimo che ogni inserzionista può indicare per ogni keyword non è realmente il costo che che verrà attribuito all’inserzionista ad ogni click. Il calcolo del CPC effettivo per chi conosce il mondo dei mercati d’asta è molto simile al meccanismo della cosiddetta asta di Vickrey (o asta al secondo miglior prezzo) in cui vince l’offerta più alta, ma viene pagato il prezzo indicato nella seconda massima offerta. Il sistema AdWords tiene conto ovviamente del punteggio qualità oltre che dell’offerta.
Costo effettivo dell'annuncioAbbiamo semplificato l’esempio in questo caso ipotizzando di avere 4 inserzionisti che offrono lo stesso Cost Per Click massimo di 4 euro. Si moltiplicano i quality score per il CPC Massimo e si ottiene l’AdRank il punteggio fondamentale per il posizionamento. L’AdRank del secondo miglior inserzionista per posizionamento si divide per il quality score del primo inserzionista che pagherà per tanto 3 euro per click (24/8). L’AdRank del terzo miglior inserzionista per posizionamento si divide per il quality score del secondo che pagherà per tanto 2 euro per click (12/6) e così via se ce ne fossero più di tre. In questo caso il terzo inserzionista in quanto ultimo pagherà un importo minimo per click che calcolerà di volta in volta il sistema AdWords.